24/07/2014
18/08/2011

Ma chi doveva
prevedere la crisi?

C’è qualcosa di lunare nel dibattito sulla crisi e la manovra bis. Lunare è lo stupore con il quale il governo ha accolto il nuovo attacco dei mercati; lunare è la tesi adottata per giustificare il ritardo nella reazione. Di Maurizio Ambrogi Caporedattore interni Tg3

C’è qualcosa di lunare nel dibattito sulla crisi e la manovra bis. Lunare è lo stupore con il quale il governo ha accolto il nuovo attacco dei mercati; lunare è la tesi adottata per giustificare il ritardo nella reazione; marziano, per rimanere nella cosmologia, il dibattito che ruota attorno alla manovra messa in campo in fretta e furia, fra veti e ricatti, per tamponare la nuova falla.
La crisi non era prevedibile, ha spiegato il ministro dell’Economia il 13 agosto scorso in conferenza stampa: tutta colpa dell’Europa, che ha lanciato in luglio segnali sbagliati, ha spiegato Tremonti, e poi c’è stato il problema degli Stati Uniti, il difficile accordo sul bilancio, il downgrade, il freno alla crescita. Ci sarà pure, anzi sicuramente c’è, un concorso di responsabilità europea nei guai recenti italiani (come già di quelli greci), ma per il resto è tutta farina del nostro sacco. E non certo imprevedibile. Da mesi si sa, e si dice, che la speculazione dopo Grecia, Portogallo e Spagna, avrebbe messo sotto tiro l’Italia. Per ragioni che sono strutturali e fanno capo a due elementi della nostra debolezza economica: l’alto debito e la bassa crescita. Non ci voleva un trust di premi Nobel dell’economia per capire che non saremmo stati al riparo con una manovra (la prima, quella approvata a tempo di record il 14 luglio) che sostanzialmente rinviava di due anni gli interventi più severi. E che non prevedeva interventi strutturali, ma solo tagli indiscriminati e  nuove tasse. Il trucco è stato scoperto: forse prima del previsto, questa l’unica attenuante.

Quel che è accaduto, a questo punto, è semplicemente grottesco, sul piano dell’immagine e della sovranità politica del paese, i cui effetti pagheremo a lungo termine. Il governo è stato richiamato dall’esterno (Merkel) a mettere in campo subito un ulteriore intervento, i cui tempi, quantità e contenuti sono stati dettati ancora dall’esterno (la lettera di Draghi e Trichet). Il governo “commissariato” ha rispettato la quantità, ha cercato senza successo di guadagnare tempo, ha cambiato i contenuti per adattarli alle esigenze elettorali della sua maggioranza, e soprattutto di chi ne detiene la golden share, cioè la Lega. Il risultato è una manovra abnorme (altri 45 miliardi) che per due terzi si basa sulle entrate, insomma sulle tasse, e per il resto su tagli che rischiano di provocare ulteriori aggravi di imposte sui cittadini. Manca l’ambizione, ha commentato il Sole 24ore, mancano le idee, hanno scritto molti commentatori. Il rischio, ha sintetizzato Luca Ricolfi sulla Stampa, è di fare sacrifici inutili. Quello che manca sono gli interventi strutturali necessari per aggredire in modo duraturo le due debolezze del paese prima indicate: debito e crescita. Dunque: pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, minore pressione fiscale su chi produce – lavoro e impresa – e infine una seria svolta, anche simbolica, sulla lotta all’evasione fiscale. Non è più una questione ideologica (da questo punto di vista i “liberali” del Pdl hanno scritto, e in qualche caso riconosciuto, il proprio definitivo fallimento): è una questione di sopravvivenza. Berlusconi, “commissariato”, ha garantito la propria, per qualche tempo: è chiaro che non è più all’orizzonte, nei prossimi mesi, un governo senza di lui, o un governo diverso, di transizione o di solidarietà nazionale. Resta aperto l’interrogativo sulla durata della legislatura: con le grandi manovre che ricominceranno, dopo l’approvazione della manovra, per arrivare al voto in primavera. Di certo, chi prenderà in mano il paese, fra un anno o due, avrà di fronte lo stesso problema di oggi: restituire un futuro al paese. E dimostrare di avere il coraggio e le idee, dure, impopolari, per garantirlo, affrontando quel nodo che si ingarbuglia da quarant’anni: la mancata crescita. A cui negli ultimi anni si è aggiunta una sindrome pericolosa: la depressione. Vorremmo, ma proprio non ce la facciamo.

Maurizio Ambrogi, Caporedattore interni Tg3