23/05/2013
25/04/2012

Daniele Vicari
"Diaz è un film libero"

Sono davvero impressionato per la mole di domande chattate, ma anche dalla qualità, sono sollecitazioni sempre stimolanti e serie, e mi dispiace lasciarle senza risposte. Grazie alla disponibilità della redazione del Tg3Web, posso però tentare una risposta “complessiva”, sperando di fugare il maggior numero possibile di dubbi e curiosità. Daniele Vicari

Grande successo della videochat con Daniele Vicari, regista di 'Diaz'. Le domande per Daniele ci hanno letteralmente sommersi e gran parte di quelli che ci hanno seguito sono rimasti senza risposta. Qualcuno ci ha accusati di censura. Ovviamente non è così, abbiamo pubblicato tutto quello che siamo fisicamente riusciti a pubblicare. Daniele si è gentilmente reso disponibile a rispondere in maniera complessiva alle domande che gli abbiamo inviato il giorno stesso. Il risultato lo potete vedere in questa pagina. Silvio Giulietti, Tg3Web






Sono davvero impressionato per la mole di domande chattate, ma anche dalla qualità, sono sollecitazioni sempre stimolanti e serie, e mi dispiace lasciarle senza risposte. Grazie alla disponibilità della redazione del Tg3Web, posso però tentare una risposta “complessiva”, sperando di fugare il maggior numero possibile di dubbi e curiosità. Daniele Vicari

Diaz è un film libero, non avrei mai accettato di fare un film così difficile se non avessi avuto totale libertà di movimento, e di questo devo ringraziare Domenico Procacci, che mi ha messo nella condizione di esercitare la mia libertà espressiva e di pensiero. Per essere libero ho rifiutato fin da subito di avere rapporti con “associazioni” o “enti” sia di movimento che istituzionali. Con la sceneggiatrice Laura Paolucci in collaborazione con Emanuele Scaringi e Alessandro Bandinelli abbiamo scritto la sceneggiatura del film senza alcuna interferenza, ma seguendo il nostro istinto e le nostre personali inclinazioni. Abbiamo letto e visto quasi tutto ciò che è stato scritto e filmato a Genova. Poi abbiamo studiato gli atti dei processi Diaz e Bolzaneto, dai quali abbiamo estratto le storie e gli episodi che ci interessavano di più.

Abbiamo quindi incontrato alcune delle persone coinvolte nei fatti. Non tutte, non ne avevamo bisogno, anche perché molte persone, soprattutto gli italiani, hanno rilasciato interviste, scritto libri, poesie, quadri e persino fumetti: Christian Mirra, che era nella Diaz ha realizzato un bellissimo graphic novel intitolato “Quella Notte alla Diaz”. Questo “fumetto” mi ha dato la possibilità di far conoscere a mia figlia la vicenda della Diaz, lo consiglio a tutti quei genitori che non sanno come parlare di quei fatti ai figli. 

Nel film ci sono le storie di due persone che non sono entrate nel processo perché sono “scampate” all’irruzione: Marco (un militante del GSF) ed Etienne, l’afro-francese categorizzabile come Black Bloc. Sono storie raccolte attraverso la ricerca che abbiamo fatto. Etienne lo abbiamo incontrato in Francia con Domenico e Laura, e ci ha raccontato la sua storia che abbiamo inserito nel film. Etienne è rimasto molto scosso dai fatti della Diaz e si è sentito in colpa, mi è sembrato giusto raccontare anche questo senso di colpa, in fondo nel 2001 aveva 17 anni. Nella scena in cui lancia la maschera, la sua compagna Cecille fa una scelta opposta, non capisce perché Etienne si senta responsabile e dopo aver scritto “Non lavate il sangue”  continuerà la sua lotta.



L’incontro per me più importante è stato però quello con “Alma”, la ragazza che nel film ci conduce da Diaz a Bolzaneto. Qualcuno mi chiede il suo nome ma per rispetto nei suoi confronti preferisco non farlo. Le cose che ha subito lei le hanno subite molte altre persone, ma nei suoi occhi ho trovato una verità che mi ha ferito così a fondo da indurmi a smettere di incontrare altri testimoni. Anch’io ho i miei limiti.

Dal momento in cui abbiamo chiuso la sceneggiatura è subito iniziato il lavoro di produzione. Domenico Procacci, nel maggio dello scorso anno, a Cannes dichiarò di voler intraprendere la produzione del film, disse che il film sarebbe costato 10 milioni di dollari e che da quel momento avrebbe cominciato a cercare il denaro per coprire i costi. Su sollecitazione di un giornalista che gli chiese cosa ne avrebbe pensato la polizia, Domenico da uomo onesto e serio rispose di voler fare un film alla luce del sole, e che la sceneggiatura, essendo tra l’altro depositata in 25 copie presso il Mibac (ministero dello spettacolo) era a disposizione delle istituzioni italiane e anche del Capo della polizia qualora fosse stato interessato a leggerla. Il “comitato di verità e giustizia” per Genova fece un violento comunicato stampa contro Procacci, accusandolo di far leggere la sceneggiatura alla Polizia e non al “movimento”, come se un comitato, anche se meritevole, rappresentasse davvero centinaia di migliaia di persone appartenenti al movimento. Questa polemica inutile e pretestuosa ebbe come risultato il fatto che alcune della “parti offese” (le vittime) ci chiesero di togliere i propri nomi dal film e persino dai ringraziamenti! A quel punto, concordemente con gli avvocati della produzione, decidemmo di togliere tutti i nomi, anche quelli degli agenti.



Devo dire che personalmente ho sempre nutrito dei dubbi sulla questione dei nomi, ho sempre avuto la sensazione che usare i nomi veri delle persone coinvolte avrebbe significato inchiodare il film alla cronaca spicciola, i nomi sono ovunque, sui giornali, nei siti del movimento, negli atti. Per me la cosa più importante era ed è il tentativo di raccontare fatti realmente accaduti, in tutta la loro gravità, ma in forma di metafora, mescolando il realismo della rappresentazione a una forma narrativa in grado di “generalizzare” il racconto, rendendolo più universale possibile: una cosa così è capitata e potrà capitare di nuovo, non solo in Italia ma ovunque nel mondo. Anzi, lo “stato d’eccezione” è ormai la regola in tutti i paesi occidentali in guerra, e noi ormai ininterrottamente in guerra dal 1991, non dobbiamo mai dimenticarlo, le salme dei nostri militari che tornano a Fiumicino sotto la bandiera tricolore ormai non fanno più nemmeno notizia. 

Diaz è concepito per essere un film internazionale, deve parlare a tutti. Fuori dai confini italiani i nomi non hanno senso per nessuno, contano gli accadimenti. C’è anche un altro fatto non secondario: io non sono giustizialista. Non auguro a nessuno di finire in galera e non amo le galere di nessun genere. Penso però che le autorità avrebbero dovuto sospendere in via cautelativa dal servizio i poliziotti implicati nella faccenda, in attesa del giudizio definitivo, e l’ho scritto nei cartelli alla fine del film. In più con i processi in corso può succedere di tutto, anche che le persone condannate in appello vengano assolte. A quel punto cosa si fa? Si getta il film nella discarica? Con le scelte che abbiamo fatto il film sopraviverà al processo e consegnerà alla cultura italiana e non solo, una racconto che fornisce una interpretazione dei fatti chiara e forte, a futura memoria.

Il film ha la forma che ha per una serie di motivi. Tutte le “invenzioni” narrative sono ispirate in un modo o nell’altro agli atti. Gli atti di questi processi sono davvero interessanti, oltre che sterminati. Le “memorie” dell’accusa e della difesa sono per esempio molto interessanti anche da un punto di vista narrativo. I PM del processo Diaz, Zucca e Cardona Albini, all’inizio della loro requisitoria paragonano il processo Diaz ai maxi-processi di mafia, sia per la quantità delle persone coinvolte, sia per l’ostacolo quasi insormontabile che hanno incontrato le indagini nell’omertà degli imputati e del loro ambiente di appartenenza: lo spirito di corpo.



Poi la complessità dell’evento costringe il pm e gli avvocati a una serie di andirivieni
temporali per rendere con chiarezza le dinamiche dei fatti. Si parte dal seguire un’azione, ci si ferma davanti al cancello della Diaz, poi si torna indietro in questura per ritornare di nuovo davanti al cancello della Diaz. Solo allora si entra nella scuola… ecco che mi vengono in mente le strutture narrative di alcuni film che ho molto amato, da ‘The Killing a Elephant’ passando per ‘Amores Perros’. La “non linearità” del racconto è nei fatti, e i fatti sono complessi.
 

Alcuni dettagli dissezionati nel processo sono stati per me enormemente importanti, per esempio il «Basta, basta» di Michelangelo Fournier e il suo «Sorry» stralunato e significativo, testimoniato in più udienze e da più punti di vista, anche dalle parti offese. Così la vicenda davvero “divertente” delle molotov: alcuni dei massimi dirigenti della polizia italiana ripresi da una tv locale con in mano un sacchetto di plastica azzurro e dentro le molotov che poi sono state inserite tra i reperti della perquisizione. Il passaggio del pattuglione, e quell’unica bottiglietta che sarebbe volata in aria sfiorando l’auto di testa e finendo rotta sul marciapiede, sembra l’invenzione di una sceneggiatore invece è lì, negli atti, a dispetto dei verbali che parlavano di «aggressione… copioso lancio di oggetti contundenti e bottiglie…». Nel mio film la bottiglietta diventa una sorta di orologio, che fa andare il tempo avanti e indietro, e nelle mie intenzioni non ha un valore simbolico, è solo il segno della “fragilità” degli eventi.  Molti spettatori ci vedono altre cose e credo sia giusto, perché ciascuno spettatore “vede” il proprio film.



La cosa importante per me è che ciascuno faccia una esperienza vera guardando il film, amandolo o anche rifiutandolo, ma interrogandosi a fondo. Io non ho risposte in merito a quegli avvenimenti, mi dispiace, ho solo domande. Secondo me è più importante fare e farsi domande attraverso un film, che dare risposte che invecchiano velocemente e fanno invecchiare le opere che pretendono di darle, alla velocità della luce. C’è chi pensa che l’attacco alla Diaz e le torture a Bolzaneto siano state premeditate, e certamente ha ragione, però io credo che ci sia stato in campo anche un enorme margine di improvvisazione, casualità e cialtronismo che aggiungendosi a quella premeditazione hanno dato luogo ad un disastro incredibile ed abbia tolto “la maschera” al potere, peggiorando se possibile il giudizio sulle istituzioni che ne deriva. Il potere secondo me non agisce mai in base alla mitologia che noi stessi gli attribuiamo, altrimenti sapremmo come difenderci. Ma questa è la mia personale visione delle cose.

A questo proposito vorrei dire che sul mio film (che si intitola Diaz e non G8) come su tutti i film si possono e si debbono fare critiche di ogni genere, e trovo molto bello e stimolante il dibattito che si è scatenato. Trovo legittima anche la posizione di chi dice: potevi mettere i nomi, non hai raccontato tutto, non hai raccontato il livello politico, non hai raccontato il movimento, non hai raccontato le devastazioni, non hai raccontato l’incazzatura dei genovesi, non hai raccontato la zona Rossa, non hai raccontato Cossiga, non hai raccontato Fini, non hai raccontato Berlusconi, non hai raccontato l’infiltrazione nei BB ecc ecc ecc. Ciò che non trovo legittimo è che qualche politichetto di terza categoria mi accusi di “intelligenza” con il nemico, di aver “collaborato” con la polizia, di non aver “voluto” fare i nomi per non disturbare il potere. Questo non l’accetto e rispondo così: zdanovisti! Scusate ma mi diverto non poco con queste persone che vedono nel cinema solo una forma di propaganda, come il vecchio Zdanov, il ministro per la propaganda dell’era Staliniana.

 

A dire il vero anche Mussolini dichiarò che il cinema fosse per lui «L’arma più importante». Certe critiche, anche se legittime, le trovo un po’ vetuste e pretestuose, per esempio quelle provenienti sia da frazioni di sinistra che di destra. Gli uni avrebbero voluto vedere rappresentate nel film le ragioni politiche dei movimenti (molte delle quali da me condivise) e dei partiti che erano o non erano a Genova per “giustificare” i massacri fuori e dentro la Diaz e Bolzaneto (vedi la posizione di Giardullo del Silp e quella di Agnoletto ex portavoce del GSF), gli altri avrebbero voluto vedere nel film le devastazioni di Genova per giustificare in qualche modo il massacro avvenuto dentro la scuola (vedi Maccari del Coisp, Il giornale, la Dall’olio ecc). 

C’è persino chi mi ha accusato di revisionismo (P. Sullo sul Manifesto) perché ho fatto un «mediocre film» che non racconta il movimento. Meno male che non mi ha accusato di essere “deviazionista” altrimenti mi avrebbe spedito direttamente in Siberia! Fuori dallo scherzo, credo che queste posizioni davvero uguali e contrarie dimostrino una profonda incomprensione della gravità della sospensione dei diritti civili avvenuta nella Diaz e a Bolzaneto, dando una lettura “politicista” agli avvenimenti, è il solito discorso della trave e della pagliuzza. Posso solo aggiungere che quando ho letto gli atti, ho pensato che se davvero ne avessi fatto un film, avrei dovuto per certi versi mettere tra parentesi persino le mie idee politiche, le mie personali convinzioni ideologiche, che sono sempre li pronte a razionalizzare anche l’irrazionale, a spiegare anche l’inspiegabile.

Ecco cosa volevo raccontare: l’inaccettabile e persino irraccontabile riduzione a cosa di centinaia di persone che per alcuni giorni sono diventate bersaglio della più brutta e inaccettabile violazione dei più elementari diritti della persona umana. Una cosa come quella raccontata dagli atti del processo Diaz e Bolzaneto io l’avevo vista solo in Salò, l’ultimo straordinario film di P.P. Pasolini.

All’uscita dalla proiezione al festival di Berlino, una ragazza tedesca arrestata nella scuola Diaz, mi ha detto: «Finalmente ci crederanno, grazie». Fino ad ora questo è il premio più bello vinto da Diaz. Dopo il successo di pubblico al festival di Berlino, il film è stato venduto in tutto il mondo, in molti paesi sarà distribuito dalla Universal International, una cosa più unica che rara per un film italiano. In Italia crediamo che possa raggiungere nelle sale 400.000 spettatori circa, almeno questo è il nostro obiettivo massimo. Il film ha risvegliato una ampia discussione sui fatti di Genova e chi vuole e sa farlo, può approfittarne per affermare le proprie ragioni, dopo dieci anni infatti il film rompe il silenzio mediatico su Diaz e Bolzaneto e ripropone all’opinione pubblica una discussione fondamentale sulla incompiutezza del processo democratico in Italia e in occidente. Ma è solo un film, non può fare ciò che dovrebbero fare movimenti e partiti politici. Però il fatto che il Parlamento Europeo, su sollecitazione di alcuni deputati socialdemocratici ci abbia invitato il 15 maggio per una proiezione è un segnale importante che le istituzioni potrebbero anche muoversi.

Per la comunicazione del film abbiamo usato moltissimo la Rete,  Federico Mauro di Fandango ha curato la grafica e la comunicazione in Rete del film, con l’intenzione di parlare a tutti, ma specialmente ai più giovani, persone che a Genova non c’erano o che avevano dieci anni e non ricordano nulla di quegli avvenimenti. La rassegna stampa di Diaz è talmente ampia che al momento avrò letto un decimo degli articoli. La critica lo ha accolto generalmente bene, e comunque rispettato. E’ da due settimane tra i primi dieci TT (Top Twitter) italiani, perché gli spettatori escono dalle sale e Twittano le loro impressioni! Quindi direi di sì, sono soddisfatto. Spero anche nel futuro di migliorare un po’ imparando dagli errori commessi facendo Diaz. Grazie a tutti di cuore.
Daniele Vicari



PS: se qualcuno vuole avere informazioni più precise in merito ai fatti, ai nomi e cognomi, alle sentenze può andare su Processig8.org  Qui troverete non solo le sentenze e la trascrizioni di ogni singola udienza di tutti i processi nati dal G8 di Genova, ma anche le registrazioni audio delle udienze effettuate da Radio Radicale. Qui troverete anche una rassegna stampa accurata, una bibliografia e una filmografia importante e ben strutturate.