21/12/2014
10/11/2010

La versione
di Bush

A quasi due anni dalla fine del suo secondo mandato, l'ex presidente Bush è veloce a compilare la lista dei suoi errori. La sua litania si snocciola in un'intervista e nel suo libro, fresco di stampa, “Decision Point”

USA Today, martedì 9 novembre 2010

La versione di Bush (insolitamente pensoso)
di Judy Keen


Dallas. Non è il solito Bush, almeno non quello che in quella conferenza stampa del 2004 non sapeva dare una risposta a chi gli chiedeva quale fosse stato il suo più grande errore. A quasi due anni dalla fine del suo secondo mandato, l'ex presidente è veloce a compilare la lista dei suoi errori. La sua litania si snocciola in un'intervista e nel suo libro, fresco di stampa, “Decision Point”: dopo Katrina, nel 2005, non intervenne tempestivamente; non avrebbe dovuto ritirare le truppe dall'Iraq così presto; vorrebbe aver dedicato maggiore attenzione all’immigrazione  invece che alla riforma delle politiche sociali durante il suo secondo mandato.
"Non ho paura di dire che avrei potuto fare le cose meglio", dice nella prima intervista a un quotidiano da quando non è più in carica. "Devo ammettere di aver commesso degli errori. E’ indiscutibile": un'affermazione che farà comodo agli storici che verranno.
Dice anche che fu "preso alla sprovvista" dalla catastrofe finanziaria che travolse il Paese nel suo ultimo anno al potere, ma che il Congresso ha la sua parte di colpa in quella storia, mentre difende le decisioni prese in un momento di recessione. Bush diventa insolitamente introspettivo quando parla di quando era presidente, di quello che provava a vedersi bersaglio di satire feroci e di quello che è successo dopo la fine del suo mandato.
E ci tiene a farci sapere che, dopo l'inevitabile giro promozionale previsto dall'uscita del libro, tornerà nell'ombra. E in un'ora di intervista non fa mai il nome di Barack Obama.
Nel suo libro scrive di aver sbagliato a credere che gli incentivi fiscali del 2008 avrebbero parato i colpi di una recessione. E nell’intervista aggiunge che, forse, il Congresso avrebbe dovuto prestare attenzione all'invito del suo governo a regolamentare sia la Fannie Mae che Freddie Mac, sostenute dal governo nel 2008 per coprire le perdite.
"Quel castello di carte - dice - era costruito su prestiti a rischio. Sono stato preso alla sprovvista dalla vera entità della crisi".
Poi racconta dei dubbi che aveva sull'intervento di salvataggio delle grandi banche. "Il miglior modo per prevenire il collasso finanziario, era dare alle banche soldi dei contribuenti per mantenere la liquidità di capitale", dice. "Il mio istinto avrebbe lasciato che fallissero tutti, ma la recessione, che avrebbe colpito tutti, mi preoccupava molto. Ho dovuto mettere da parte ogni ideologia".
Il Tarp del 2008, il programma di salvataggio, che autorizzò il governo a spendere 700 miliardi di dollari sugli asset e sull’equità delle istituzioni finanziarie, era necessario - dice. "Non sono in grado di dimostrare che le decisioni che ho preso abbiano evitato la recessione. Quello che posso dire è che non c'è stata una recessione. Il Tarp, nel senso del denaro speso quando ero in carica, è stato già restituito ai contribuenti".
"Mi sento responsabile se i cittadini sono in difficoltà. Sono loro vicino e spero che ci riprenderemo presto". Il miglior modo per accelerare la ripresa, continua, è accertarsi che le politiche fiscali vadano incontro alle piccole imprese, in modo che possano ricreare i posti di lavoro persi.
Secondo il sondaggio commissionato da USA Today alla Gallup a settembre, il 71% degli intervistati ritiene Bush è molto/abbastanza responsabile dei guai economici degli Stati Uniti, mentre il 48% attribuisce parte della stessa colpa a Obama.
La bella vita in Texas
L'ufficio di Bush, in un edificio moderno nel quartiere di University Park, offre una bella vista sullo skyline di Dallas. Con la moglie Laura abita a un chilometro e mezzo di distanza. Lì a due passi c'è la Southern Methodist University (....) "Questo è il nostro piccolo paradiso", perché, a causa dei molti impegni, non ha tempo di andare al ranch di Crawford, che era il suo rifugio ai tempi della presidenza.
Tornare in Texas è stato un sollievo. "La gente da queste parti non aveva voglia di discutere, ma di ringraziare per il servizio che avevo reso" dice oggi. I primi tempi dopo il ritorno in Texas, c'era chi si lasciava andare ad un applauso quando i Bush entravano in un ristorante. Oggi, ci dice l'ex presidente, "continuano a mangiare".
Le pareti dell'ufficio sono decorate con grandi fotografie di Bush coi leader del mondo, scattate durante gli otto anni alla Casa Bianca. Nel suo ufficio privato, grandi foto di famiglia e un ritratto a olio con Tony Blair, suo partner nella Guerra in Iraq.
Dietro la scrivania, foto di famiglia, anche in bianco e nero, come quella di quando aveva quattro anni tra i genitori George Sr e Barbara, e coi nonni Prescott e Dorothy. Lui, bambino, indossa i primi stivali da cowboy, che erano rossi, come ricorda oggi il Presidente.
Ride e sorride con generosità. Dice "caro" al fotografo, non ha fretta di concludere l'intervista e non dà segni di fastidio, anche quando gli chiediamo come se la cava con tutto il sarcasmo che si fa quando si parla di lui, che non accenna a diminuire nonostante non sia più in carica.
"Quando ero presidente non vedevo i programmi di satira. Dovevo andare a letto presto", risponde. La cosa dà più fastidio al padre che a lui, laddove - quando il padre era in carica - era proprio George W a prendersela con chi prendeva in giro il padre. "Quando mio padre era presidente, io non mi comportavo benissimo" dice. "Ma mi arrabbiavo molto quando gli altri si prendevano gioco di mio padre".
Ma a Bush sta molto a cuore come la sua immagine verrà tramandata alle future generazioni, e si augura che gli succeda come a Reagan, riabilitato dopo la morte.
La percezione del periodo di Bush alla Casa Bianca non è ancora cambiato granché. Secondo il nostro sondaggio, il 44% degli americani ha un'opinione positiva del suo operato, il 53% no. Poco prima che lasciasse, le percentuali erano 40% di favorevoli e 59% di contrari.
Quando era in carica leggeva molti libri di storia, tanto da dire "Se davano dello scimmione a Lincoln, che è stato un grande presidente, figuriamoci cosa potranno dire di me". E di quelli che vanno in tv a criticarlo, dice "...Fa parte del teatrino della politica".
"Sto cercando di recuperare il mio diritto all'anonimato"
Oggi sembra che la politica non gli interessi proprio più. Al contrario di Clinton, che anche per le recenti elezioni di medio termine ha fatto campagna elettorale per i democratici, o di Jimmy Carter, ancora attivo su questioni di interesse nazionale e internazionale, Bush non manifesta interesse nel voler esercitare la sua eventuale influenza politica.
"Sono in pace con me stesso. Davvero. E non mi interessa intraprendere una battaglia per la mia reputazione" ci dice. "Uno dei sacrifici impliciti nel voler diventare il Presidente degli Stati Uniti è la perdita della privacy e dell'anonimato per sempre. Ma io sto cercando di riprendermeli".
... Nel marzo 2009 ha detto che Obama "meritava il suo silenzio" e tiene fede a quel proposito ancora oggi.
"Ributtarsi nell'arena politica significa esprimere delle critiche".
Ma gli interessa molto la questione dell'immigrazione, anche se al momento non vuole parlarne, perché "...è uno di quegli argomenti che ti risucchia nell'ambiente politico".
Le critiche di Obama nei confronti di Bush sono abbastanza frequenti, anche se dice sempre "la presidenza precedente" invece di pronunciare il nome di Bush. Ad agosto Obama ha detto che la recessione è colpa delle scelte politiche di Bush, "che ha tagliato le tasse ai milionari e lasciato i lavoratori a se stessi".
Non gli viene mai voglia di difendersi? "No, perché una volta dentro sei dentro e dentro io non voglio starci. La politica è stata solo un capitolo nel libro della mia vita. Solo un capitolo. E se non mi va di fare qualcosa non lo faccio e basta".
Il che però non significa che la politica non gli interessi più. Il successo dei repubblicani nelle elezioni del 2 novembre - dice - dimostra che "la gente è preoccupata del futuro e vuole fare qualcosa".
Bush, che è laureato in storia a Yale, parla del Tea Party come di un movimento simile ad altri del passato, tipo quello di Ross Perot del 1992.
“Sono contento che la nostra democrazia sia viva e funzioni. Quando c'è frustrazione, la gente si attiva" dice, " e più la gente partecipa, meglio è"
"Ho preso le decisioni migliori che potevo"
Nelle 447 pagine del suo libro, l'ex presidente dice poco di Obama ma loda la sua decisione di mandare più soldati in Afghanistan. E poi dice anche che nel 2004 aveva pensato di lasciar fuori Dick Cheney;  ci racconta la conversazione che ebbe con lui, nella quale l'ex vice presidente lo pressava affinché invadesse l'Iraq e si sbarazzasse di Saddam Hussein. "Te ne vuoi occupare o no ti questo tizio?" gli chiedeva Dick Chaney.
Chaney non gradì nemmeno quando Bush si rifiutò di graziare Lewis "Scooter" Libby, ex capo di gabinetto di Chaney. Libby fu accusato di aver mentito quando fu svelata l'identità di Valerie Plame della Cia, il cui marito aveva sfidato pubblicamente le ragioni della guerra in Iraq. "Non posso credere che tu abbandoni un soldato (Libby) sul campo di battaglia" gli disse allora Chaney.
Oggi Bush scrive del "senso di nausea" che lo colpì quando venne a sapere che non c'era nessuna "arma di distruzione di massa" in Iraq, che era il motivo per cui si era mossa una guerra a quel Paese. E su Abu Ghraib - per quanto sapesse che il Pentagono stava indagando sull'argomento - rivela di aver visto per la prima volta le foto di quegli abusi solo quando il programma della CBS "60 Minutes" le mandò in onda.
Bush, che oggi ha sessantaquattro, dice di aver scritto questo libro sulle decisioni fondamentali che ha dovuto prendere durante la sua presidenza, dopo la cerimonia di insediamento di Barack Obama.
"Dovevo pur fare qualcosa" dice. Ci è voluto del tempo prima di ritrovare un equilibrio nella vita da ex presidente. Gli impegni, tantissimi quando era alla Casa Bianca, tutto d'un tratto non c'erano più. Gli si chiedeva di passare a una vita nella quale non aveva più responsabilità "di vita o di morte". Alla domanda su come lo abbiano cambiato gli anni alla Casa Bianca, risponde con una battuta. "Bé, ora ho i capelli grigi, ma temo che mi sarebbero venuti lo stesso, perché ho lo stesso patrimonio genetico di Barbara Bush".
Oggi gli basta attendere il giudizio della storia. "Ma la storia raccontata a caldo non è mai molto precisa, sia che parli di me o di altri presidenti. Mi aspetto che la gente dica comunque ‘Ho letto le sue memorie, ma continuo a non condividere nessuna delle sue ragioni’, oppure ‘Ho letto le sue memorie e ora capisco perché ha preso quelle decisioni’. Non voglio far cambiare idea alle persone, voglio solo che i lettori di oggi e di domani conoscano il contesto nel quale sono stato presidente".
Sembra anche ansioso di difendere i principi che stavano dietro alle sue decisioni. Su due argomenti in particolare, la guerra all'Iraq e il taglio delle tasse, è inamovibile: quando gli chiedono se sia stato un errore rimuovere Saddam o tagliare le tasse, risponde "Era quello che all'epoca ritenevo giusto. E lo penso ancora"
Per cui, non sorprenderà che, nonostante l'ammissione di alcuni passi falsi, non provi alcun rimorso.