06/06/2020
26/06/2012

Università: disparità nei test di ammissione

ROMA - Il numero chiuso e il test d’ingresso per l’università approdano alla Consulta. A deciderlo il Consiglio di Stato in seguito al ricorso di alcuni studenti. Nella sentenza tra le altre cose si legge che "il sistema delle graduatorie di ateneo in luogo di una graduatoria unica nazionale appare lesiva di tre articoli della Costituzione"

ROMA - Il numero chiuso e il test d’ingresso per l’università approdano alla Consulta. E’ quanto ha stabilito il Consiglio di Stato in merito al ricorso presentato nel 2007 da alcuni studenti che volevano accedere alla facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università di Bologna. Dopo questi test per le facoltà a numero chiuso si scatenarono parecchie polemiche. Dal conteggio delle risposte esatte fu eliminata la domanda numero 71, perché non c’era nemmeno una risposta corretta. Stessa sorte per la domanda 79, che invece aveva più di una risposta corretta possibile. Insomma i conteggi furono effettuati tenendo conto di 78 domande e non di 80, come previsto inizialmente. Il ricorso al Tar dell’Emilia fu comunque respinto, ma gli stessi studenti decisero di rivolgersi in appello al Consiglio di Stato.

Il 18 giugno di quest’anno è arrivata la sentenza che ha respinto tutte le richieste salvo una quella relativa alla disparità di trattamento per le varie graduatorie che vengono realizzate in modo diverso in ogni Università, rispetto a quella che potrebbe essere un’unica graduatoria nazionale. I giudici hanno spiegato che a Bologna servivano 47 risposte esatte per permettere ad uno studente di passare, mentre a Sassari ne bastavano 37 e a Napoli poco più di 40.

Si legge nelle motivazioni: “La prospettata questione (di eccezione di costituzionalità) è non manifestamente infondata, atteso che il sistema delle graduatorie di ateneo in luogo di una graduatoria unica nazionale appare lesiva” di tre articoli della Costituzione. A fronte di una prova unica nazionale, con 80 quesiti, l’ammissione al corso di laurea non dipende in definitiva dal merito del candidato, ma da fattori casuali e affatto aleatori legati al numero di posti disponibili presso ciascun Ateneo e dal numero di concorrenti presso ciascun Ateneo, ossia fattori non ponderabili ex ante“. Ora la parola passa alla Corte Costituzionale.