20/08/2019
09/07/2019

Aiuto agli anziani. In arrivo nelle case i “social robot”

In forte espansione i robot negli ospedali, ma il boom sta per arrivare nel campo sociale, per curare ansia e depressione




I robot ci salveranno? La sfida nel settore è iniziata da tempo per cui oggi possiamo dire che gli automi non stanno arrivando, ma sono già qui. E in forze.


Sempre più sofisticati e ogni giorno “più umani” occupano tanti settori. Sicuramente il più affollato è quello medicale e del benessere in generale. Secondo la Società di analisi di mercato Data Bridge Market Research, il volume di affari intorno ai robot in questo campo arriverà a valere 23 miliardi di dollari entro il 2025 con automi particolarmente utili sia per la cronica mancanza di personale medico e infermieristico, sia perché ovunque nel mondo la popolazione sta invecchiando progressivamente, mentre le nascite diminuiscono. 

Così tanti di loro sono stati pensati proprio per gli anziani, per aiutarli in casa o per lenire ansia e solitudine. Come ElliQ, un robot alto come un tablet, che tiene compagnia con canzoni e chiacchiere e che invita il nonno di turno a fare una passeggiata o a fare compere. Insomma il classico esempio di robot sociale.

Il Tombot Jennie è invece diverso. Si tratta di un dispositivo medico con le fattezze di un dolcissimo cucciolo di labrador da tenere semplicemente in braccio. La sua unica funzione, infatti, è quella di fare le coccole e dare supporto emotivo ai malati di Alzheimer.

Un robot può anche prendere le forme di un compagno con cui messaggiare. È il caso di Woebot, un terapeuta digitale che si trova sulla chat di Facebook e aiuta a combattere depressione e ansia.

All’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza a San Giovanni Rotondo hanno da poco debuttato R1 e Pepper, robot dotati di intelligenza artificiale che monitorano i pazienti e avvertono i sanitari in caso di bisogno.

Nei nosocomi di Chicago, New York e San Francisco i robottini girano tra le corsie già da qualche anno. Distribuiscono farmaci, portano i pasti e riforniscono l’equipaggiamento necessario nei vari laboratori.

A volte questi nostri cloni digitali girano anche a scuola. Come nel caso dell’istituto elementare di Pitmaston, in Gran Bretagna. Qui Ozzybot , alto poco più di una spanna, ha preso il posto in classe di un bambino gravemente malato che non può frequentare la scuola che però, grazie a Ozzybot, può ascoltare, vedere i compagni e interagire con loro come fosse lì.