21/11/2019
23/02/2012

Ecco come si vive
dopo un terremoto

Alle 12:51 del 22 febbraio 2011 un terremoto di magnitudo 6.3 ha colpito la città neozelandese di Christchurch e la regione di Canterbury, causando la morte di 181 persone e distrutto o danneggiato molti edifici. Passato il primissimo shock, ecco come vive chi è sopravvissuto a un terremoto, a Christchurch come altrove

The Press New Zealand, 23 febbraio 2012

Un anno dopo. Ecco come si vive dopo un terremoto
di Vicki Anderson


Alle 12:51 del 22 febbraio 2011 un terremoto di magnitudo 6.3 ha colpito la città neozelandese di Christchurch e la regione di Canterbury, causando la morte di 181 persone e distrutto o danneggiato molti edifici. Nei mesi successivi Christchurch è stata colpita da altre 8.000 scosse di assestamento. Il 13 giugno 2011 una nuova scossa particolarmente forte ha fatto ulteriori danni in città. Passato il primissimo shock, ecco come vive chi è sopravvissuto a un terremoto, a Christchurch come altrove:


Si sveglia ogni mattina con un senso di rinnovata incertezza.

Fa di tutto per nascondere la paura che prova, anche quando è solo la macchina che ‘batte in testa’ e i bambini seduti dietro potrebbero scambiare il rumore per una scossa di assestamento.

Guarda il figlioletto di quattro anni che mostra i pugni alla strada durante le scosse che si susseguono e grida "Basta farmi paura!", sapendo bene di non poter fare niente per rassicurarlo.

Vive nella paura di finire i risparmi e lotta ogni giorno per riuscire a tirare avanti.

Guarda i bambini che perdono l'innocenza e diventano improvvisamente adulti.

Vede ogni giorno amici e parenti che rischiano di perdere il lavoro.
Vive con l'incubo di un futuro incerto.

Continua a pensare "Io non ce l'ho ancora fatta a superare quel trauma" anche quando tutti raccontano di come sono tornati alla vita di tutti i giorni.

Ha visto una coppia di anziani in condizioni di salute precarie costretta a lasciare per sempre, tra le lacrime, la casa dove ha vissuto per quarant’anni, perché è completamente distrutta.

Si fa prendere dall'agitazione ogni volta che si sente dire "ma perché non emigri, allora?"

Gli capita anche di arrivare in ufficio e trovare un collega che gli fa vedere la foto che si è scattato con l'autoscatto del cellulare quando era intrappolato sotto le macerie. E che poi gli dice "Sai, era per far sapere ai soccorritori che quel cadavere era proprio il mio". Al che tutti e due non sanno fare altro che scoppiare a piangere e singhiozzare.

Sente gli altri che gli dicono quanto è stato "coraggioso e bravo ad adattarsi alla nuova condizione", anche se lui, nel profondo, ha ancora tanta paura e non riesce a elaborare il trauma.

Quando gli amici di una vita partono alla ricerca di un nuovo inizio altrove, gli sembra che quegli addii all'aeroporto non finiscano mai.
Vede i propri cari cadere in depressione.

Non fa altro che portare la macchina dal meccanico, perché la sensazione che tutto stia ancora tremando gli fa credere che le sospensioni siano ormai arrivate.

Si ascolta dire agli altri "Sì, abito ancora lì", aggiungendo, neanche fosse obbligato a farlo, "Sì, ma la casa ora è a posto".

Cambia spesso casa.

Ovunque vada si trova in mezzo a gente con i giubbotti fluorescenti di soccorritori, operai e protezione civile.

Sperimenta ogni giorno quanto gli altri sappiano essere gentili e comprensivi.

Scopre con umiltà l'inventiva e lo spirito di iniziativa di tutti gli abitanti  della regione di Canterbury che hanno vissuto la stessa esperienza.

Scopre, oggi più di quanto gli sia mai capitato prima, la necessità di essere più paziente e comprensivo. Con tutti.

Controlla ossessivamente il kit di emergenza e che in dispensa ci siano scorte di cibi in scatola.

Scopre che le persone si dividono tra quelli che gli vogliono davvero bene e quelli che dicono di volergli bene.

Tiene sempre la macchina col pieno, "ché non si sa mai".

Si sveglia tutte le mattine sapendo che ne potrebbe arrivare un altro forte in ogni momento.

Pensa almeno una volta al giorno, tutti i giorni: "Oggi potrei dover scappare  da questa casa. Sono pronto?"

Vede la figlia dodicenne, sopravvissuta al terremoto di un anno fa,  trasformarsi in una ragazza attenta e saggia.

Non parcheggia mai sotto o nei pressi di un edificio.

Combatte tutti i giorni contro la paura di entrare in un centro commerciale o di prendere un autobus, cose che una volta erano normali. Spera, però, che piano piano quelle paure spariscano...

Va a fare la spesa solo in posti dove si sente al sicuro, anche se involontariamente tiene d'occhio il soffitto e le pareti mentre riempie il carrello.

Ogni volta che entra da qualche parte cerca con lo sguardo dove andarsi a rifugiare, qualora arrivasse il terremoto.

Non dimentica mai di ricaricare il cellulare, e controlla di continuo che la batteria sia carica.

Fa la doccia, col cellulare a portata di mano, in quattro e quattr'otto, anche se prima ci metteva di più: non vuole correre il rischio di farsi sorprendere "nudo quando arriva la scossa forte".

E' davvero felice di ogni momento che riesce a trascorrere con le persone care.

Fa di tutto perché chi vive lontano dalle zone a rischio sismico sappia che si può continuare a essere felici, anche dopo una tragedia del genere.

Ma...ammettiamolo, ci sono giorni che si sente proprio a pezzi, come gli edifici giù in città.

Vuole far sapere a tutti, ai Kiwi (neozelandesi, in gergo) e a chi ha varcato gli oceani per portare soccorso, quanto la gente di Christchurch ha  apprezzato chi ha fatto di tutto per rattoppare gli animi distrutti, con parole di affetto, abbracci, canzoni, offerte materiali e offerte di una sistemazione d'emergenza o per un periodo di vacanza.
 
Non vuole ricordare. Ma non riesce a dimenticare quel giorno. E nemmeno tutti gli altri giorni che la terra ha continuato a tuonare sotto i suoi piedi.

Non riesce a non pensare alla paura, al dolore e alla sofferenza di chi ha perso la vita, è rimasto intrappolato sotto le macerie o porta i segni di quello che ha vissuto quel 22 febbraio 2011.

Non riesce a dimenticare la straordinaria espressione di paura sulla faccia dei suoi concittadini.

In questo anno appena passato, ha imparato a convivere con il terrore che gli cammina al fianco.

E che non se ne va mai, perché è sempre lì, sotto la pelle come sotto la superficie della strada, lungo la faglia sotto i suoi piedi.

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