21/11/2019
27/11/2012

Una radio libera
per una ex schiava

STAMPA ESTERA - Era una schiava bambina in un bordello; ora, grazie a un programma radiofonico, dà voce alle vittime dell’orrore del traffico di esseri umani. Di Abigail Pesta

The Daily Beast (Usa),  26 novembre 2012


Nei suoi pensieri c’è una casa, splendida fuori, ma spaventosa dentro. Un labirinto buio di stanze nude. Nella sua testa si affollano ricordi di uomini che arrivano, uno dopo l'altro, e la costringono a fare sesso. Uno dopo l'altro, giorno dopo giorno. La morte, unica via di uscita. Questo se lo ricorda bene. Non aveva ancora dieci anni.
Questa è la storia di Sreypich Loch, che è stata schiava in un bordello di Phnom Penn, dove dire no significava essere picchiata, folgorata con un cavo elettrico, lasciata senza mangiare e senza bere. "Avevo altra scelta?" ci chiede.

Oggi ha quasi vent'anni Loch, e forte della sua esperienza, lei che è riuscita a scappare, prova ad aiutare altre ragazze a fare lo stesso. Prova a strappare altre bambine ai bordelli, grazie a un programma radiofonico nel quale le ragazze raccontano le loro storie di piccole schiave. In una società dominata dagli uomini, la voce di questa ragazza ha squarciato il velo sulla realtà.

La sua speranza è che il racconto del suo passato aiuti tutti a capire che in Cambogia la schiavitù esiste e se la passa niente male. Ascoltando "la voce di chi è sopravvissuto, di chi ce l'ha fatta", ha detto in un'intervista rilasciata durante la sua recente visita a New York, "tendiamo una mano a tutte le altre". Negli Stati Uniti è arrivata grazie alla Somaly Mam Foundation, il gruppo di sostegno che l’ha salvata dallo sfruttamento sessuale.



 

Forse la storia di Loch suonerà estrema, ma non si tratta di un caso isolato. I dati del Dipartimento di Stato degli USA parlano di 27 milioni di vittime della schiavitù nel mondo. La compravendita di esseri umani è un affare multimiliardario, che intrappola persone vulnerabili, rapite o ingannate per poi essere introdotte nel giro dei trafficanti di esseri umani. 
Loch ha iniziato a vivere il suo personale incubo a Phnom Penn quando era una bambina di sette anni. Il patrigno l'aveva stuprata e minacciata. Ti ammazzo se parli. Poi un altro, uno sconosciuto, l'aveva rapita per strada e violentata anche lui. Parla e ti ammazzo. A lei non restava che mantenere il segreto. "Ero piccola, avevo paura… Ma in Cambogia succede che un padre abusi della figlia o il fratello di una sorella". 

La Cambogia è uno dei paesi più poveri e corrotti al mondo, che non si è ancora ripreso del tutto dal regime dei Khmer Rossi, che negli Anni '70 aveva massacrato qualcosa come 2 milioni di persone. Intellettuali e abitanti delle grandi città torturati e trucidati in nome della costruzione di una nuova società tutta agricola. Molte famiglie furono smembrate.

Poi Loch provò a svelare il suo pericoloso segreto alla madre. Non sa più quanto tempo era passato dalle due violenze, ma si ricorda benissimo quale fu la reazione della mamma. "Mi picchiò. Non mi credeva, chissà, forse non mi voleva bene..." Persa ogni fiducia nella famiglia, Loch non trovò altra soluzione che scappare di casa. Pioveva forte e non sapeva dove andare. Non ci aveva pensato. "Piangevo e piangevo",  e capitò nelle mani di cinque uomini di una gang. "Volevo morire, mi violentarono anche loro...". Sarebbe potuto essere l'ultimo giorno della sua vita, se non fosse arrivata una donna, che le offrì il suo aiuto.

La portò a casa sua, o in quella che Loch pensò essere casa della signora. Ma era un bordello. La chiusero in uno scantinato, dove da quel momento fu costretta a fare sesso con "molti, tanti uomini, tutti i giorni. Senza luce, sempre al buio". Gli occhi le si riempiono di lacrime, fa una pausa, li chiude, ma continua. "Se dicevo che no, non volevo, il protettore mi riempiva di botte. Lo imploravo allora di uccidermi, gli dicevo che non ero un animale, ma una persona, come potevano costringermi a fare quello che facevo?". 

La storia di Loch è la storia di tante donne in Cambogia, ragazze che raccontano di essere state drogate, chiuse dentro loculi come bare, frustate, cosparse di insetti pericolosi se non si sottomettevano al volere degli aguzzini. Difficile verificare ogni singola storia, ma il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti conferma che la schiavitù delle bambine in Cambogia è un fenomeno diffuso. "La vendita delle vergini è un problema serio in Cambogia" si legge nel Rapporto Annuale sul Traffico di Esseri Umani pubblicato l'estate scorsa. "Per la prostituzione minorile c'è grande richiesta tra gli uomini cambogiani, anche se i numeri del turismo del sesso, con americani, europei e asiatici, cominciano a essere significativi". Fare sesso con una vergine assicura buona fortuna e ottima salute nella ‘tradizione’ maschile cambogiana. La Cambogia d'altra parte "non rispetta pienamente gli standard minimi per l'eliminazione del traffico di esseri umani", continua il Rapporto del Dipartimento di Stato, anche se "fa grandi sforzi per andare in questa direzione". Solo nell'ultimo anno sono stati fermati 62 trafficanti contro i 20 dell'anno precedente.

Dopo anni di bordello, un giorno un cliente portò Loch a casa sua, e lei scappò da una finestra lasciata aperta. Si nascose nel buio, la trovò un poliziotto. Era “sporca, maleodorante", ma raccontò la sua storia al poliziotto. Lui la portò dagli agenti che si occupano della tratta delle ragazze, grazie ai quali Loch entrò in contatto con la Fondazione Somaly Mam, che ha molti rifugi su tutto il territorio nazionale. Contro gli aguzzini che l’avevano tenuta in schiavitù nessuno mosse un dito. Al centro di accoglienza Loch si accorse delle tante bambine che ci abitavano. Ebbe paura di essere stata venduta a un altro bordello. 

Succedeva quattro anni fa, Loch era appena adolescente. Al centro le insegnarono a cucire e la mandarono a scuola. Dal 2010 lavora per un’agenzia della Fondazione, la Voices For Change, e insieme ad alcune ex schiave cerca di salvare altre ragazze dalla condizione che loro stesse hanno sperimentato sulla loro pelle. Riescono a entrare nei bordelli con la scusa di portare sapone e condom, ma poi raccontano alle ragazze che la fondazione e la polizia possono aiutarle a trovare una via di uscita. Ma le giovani vittime devono essere convinte. Alcune vivono in schiavitù da tantissimo tempo, non saprebbero cosa fare nel mondo fuori, non sanno come potrebbero mantenersi. Le attiviste spiegano loro che possono imparare a fare delle cose, magari diventare commesse, parrucchiere o sarte... 

Dopo qualche mese di attività, Loch venne invitata da una radio locale di Phnom Penn per raccontare la sua storia, passata e presente. Il programma radiofonico ebbe un impatto straordinario, ci furono molte chiamate di gente che denunciava situazioni sospette e invocava pene esemplari per sfruttatori e trafficanti. In quella reazione del pubblico Loch vide la possibilità di aiutare i suoi connazionali a comprendere l'oscuro mondo della schiavitù. 

Da quest'anno conduce un programma tutto suo, cinque giorni a settimana, con interviste a ex schiave del sesso e politici. Le storie delle ragazze fanno fermare la gente, che molla tutto e si mette ad ascoltare. Il nuovo lavoro le piace tanto, anche se dover ricordare ogni volta che va in onda cosa ha vissuto da bambina non è cosa facile. L'assenza di sua madre la perseguita; non l’ha mai più né vista né incontrata da allora. Ma si fa forte del racconto delle altre ragazze, quelle che come lei sono sopravvissute all’abisso. Il legame che le tiene insieme è chiarissimo. 

E’arrivata a New York con due altre giovani "sopravvissute", Sina Vann e Sopheap Thy. Le tiene sempre per mano. Ogni tanto si abbracciano. Jeans, sneaker, Tshirt, i capelli neri tirati in una coda di cavallo. Hanno la risata facile, ridono di se stesse e l'una dell'altra. "Loch è una ragazza forte, perché mangia sempre" scherza Vann. Thy passa il tempo a fotografare i fiori di Manhattan invece dei grattacieli, e per questo Loch la prende in giro. Vanno in giro a cercare ristoranti che servano piatti a loro familiari, riso e pesce. Le porzioni grandi suscitano stupore a ogni portata. Non vedono l'ora di tornare a casa e raccontare l'avventura newyorkese alle altre, quelle che si chiamano l'un l'altra "sorellina".