30/08/2014
31/01/2011

La nuova
corsa all'oro

La febbre dell’oro del 21esimo secolo, che porta illegalità e distruzione nella regione della foresta pluviale peruviana, una volta intatta, di Madre de Dios

The Telegraph, 30 gennaio 2011

L’Amazzonia peruviana e la nuova corsa all'oro
La febbre dell’oro del 21esimo secolo, che porta illegalità e distruzione nella regione della foresta pluviale peruviana, una volta intatta, di  Madre de Dios
di Alfonso Daniels


"Presto, nascondete le telecamere! Se ci vedono ci picchiano", mi dice la guida che mi sta portando in giro sulla moto.
Siamo su un sentiero battuto che taglia in due la foresta.
A Guacamayo i visitatori non sono benvenuti, perché è zona di estrazione dell’oro, estrazione illegale. Una tra le più grandi, così grande che si vede dal satellite. In lontananza, più forte del rumore stesso della nostra motocicletta, arriva il rombo delle macchine al lavoro.
Dietro una curva, all'improvviso, gli alberi spariscono; al loro posto - deserto e la tendopoli di plastica blu dove vivono migliaia di minatori. Siamo nel fulcro della febbre dell'oro del 21esimo secolo, che sta rapidamente distruggendo l'area amazzonica di Madre de Dios, Perù sud-orientale, 86000 kmq di fitta foresta pluviale, caratterizzata dalla più grande biodiversità del pianeta.
Nel mare infinito di dune, tra pozze di acqua sporca, gruppetti di uomini sono impegnati con i loro generatori diesel e con le pompe, che tirano su il fango per poi sputarlo su nastri mobili che intrappolano le scagliette d'oro. I nastri sono accesi ventiquattro ore su ventiquattro. Si fermano solo all'alba, quando il rivestimento di gomma viene lavato e l'oro recuperato per essere spedito sui mercati europei di Londra o di Zurigo.
Fa caldo da morire, l'umidità è insopportabile.
L'autista si ferma per scrutare l'orizzonte, cerca i suoi. Accanto a noi, appoggiata a una bara nuda, una croce bianca col nome Julio Cesar Zabala,  che, a leggere le date di nascita e di morte, aveva 29 anni prima di finire là dentro. Sta qui, quasi un memento per ricordare sempre che morire nelle frane è consuetudine quotidiana da queste parti: gran parte degli operai non ha esperienza e non prende le precauzioni minime di sicurezza.
Neanche mezz'ora dopo siamo ai margini della rada fila di alberi che segna i confini di questa terra martoriata.
Incontriamo Marco Suarez, un minatore di Moquegua, una cittadina del sud. E' arrivato qui due anni fa, con la speranza di risolvere in fretta i suoi problemi economici e tornare al villaggio per comprare un appezzamento di terreno. "Questo è l'inferno", mi dice. "Siamo su questa piazzola da una settimana. Lavoriamo giorno e notte; troviamo cinque, sei, sette di grammi d'oro al giorno, dipende da come va la giornata. Mi danno 100 soles (30 euro). Facciamo di tutto per sopravvivere. Prego solo di trovare un qualche altro lavoro".
Mentre parliamo due uomini si avvicinano alla moto e chiedono al mio autista che cosa sto mai facendo. "La gente da queste parti non parla volentieri" mi riassume Suarez asciugandosi il sudore dalla fronte con la maglietta. Poi si toglie l'acqua dagli stivali verdi di gomma. "Lo so che stiamo distruggendo la foresta. Qui prima c'erano solo alberi, ma cos'altro potremmo fare?" Sorride con fatica, poi si volta e torna tra le pozzanghere. Gli altri ci guardano dal sotto in su, ma nessuno vuole aggiungere altro.
La mia guida dà segni di nervosismo. Riprendiamo la strada.
Suarez è solo uno dei circa 10 mila minatori che negli ultimi tre anni hanno trovato lavoro sui 155 kmq di Guacamayo. Quanti siano davvero non lo sa nessuno.
Questa è la più vasta miniera d'oro illegale del Madre de Dios, e non è l'unica: nella regione le miniere fuorilegge sono spuntate come funghi, accanto all'attività estrattiva su regolari concessioni, che sono passate, secondo i dati dei sindacati, dalle 500 del 2004 alle 2600 e più di oggi.
I prezzi record toccati dall'oro, addirittura raddoppiati nell'ultimo paio d'anni fino a toccare le 800 sterline l'oncia, stanno alimentando questa febbre. Le paure della crisi globale da parte degli investitori hanno causato questa impennata.
La frenetica attività mineraria viene favorita dalla nuova superstrada, che ha consentito di raggiungere un territorio fino a poco fa inaccessibile.
La Superstrada Transoceanica, lunga 1600 miglia/2575 km, unisce i porti fluviali brasiliani amazzonici con quelli peruviani sull'oceano Pacifico. Dopo 40 anni di progetti e di lavori, la strada è stata finalmente inaugurata nel dicembre dell'anno appena trascorso, un evento celebrato a gennaio con un rally Brasile-Perù, nonostante i problemi legati al completamento del ponte di Puerto Maldonado, che non sarà pronto fino ad aprile.
Costata 570 miliardi di sterline, in Sud America questa autostrada è stata salutata come il progetto infrastrutturale del secolo, anche se di fatto rappresenta la condanna a morte dell'ambiente, perché ha dato il via a un’ondata di sfruttamento intensivo delle terre e di corruzione diffusa.
Lungo questa arteria, ogni giorno almeno 300 persone arrivano al Madre de Dios dalle regioni povere dei dintorni, in cerca di lavoro e con la promessa di una vita migliore. Due terzi di queste persone arrivano alle miniere illegali come quella di Guacamayo, dove si arriva solo in moto dalle baraccopoli da Far West lontane anche parecchi chilometri, spuntate dalla sera alla mattina lungo tutta la superstrada.
La superstrada è stata fondamentale per portare l’occorrente per l'estrazione dell'oro: il carburante, i bulldozer, le escavatrici e il mercurio, che serve per separare la sabbia dal prezioso metallo. Il mercurio, il veleno che i minatori maneggiano a mani nude, viene importato dalla Spagna e dagli Stati Uniti e si trova in tutti i negozi. Le associazioni ambientaliste hanno calcolato che nella zona si gettano nell'ambiente circostante 40 tonnellate di media di mercurio l’anno, inquinando i fiumi al punto che il pescato non è già più commestibile, se non proviene da piccoli allevamenti.
L'estrazione illegale dell'oro in Perù è diventata un'industria da 450 milioni di euro l'anno, che impiega circa centomila persone (poche migliaia solo pochi anni fa) soprattutto nell'area del Madre De Dios, dove sono già stati disboscati 5200 kmq secondo dati governativi (molti, molti di più secondo le associazioni ambientaliste).
"Il Madre de Dios era una delle zone dalla più vasta biodiversità al mondo, perché era inaccessibile", dice il botanico Oliver Whaley nel suo ufficio londinese. "La Transoceanica è stata come un coltello che ha affettato la più vasta area di foresta pluviale rimasta sul pianeta".
Prima si arrivava in Madre de Dios solo in barca, o non ci si arrivava proprio. Oggi la superstrada lascerà dietro di sé la stessa scia di distruzione che ha portato in Brasile quando fu completata, da quella parte, negli anni Ottanta. Whales teme che in Perù il suo impatto possa essere ancor più devastante. "In Madre de Dios c’è la sorgente del Rio delle Amazzoni; tutto inizia da lì, dai semi che si disperdono nell'ambiente, ai pesci che risalgono le correnti per trovare i luoghi per la riproduzione, in pratica la base della catena alimentare. Se si infrange l'equilibrio del Madre de Dios, crolla tutto".
Nonostante le dimensioni e le potenziali conseguenze della distruzione, questa vicenda ha raggiunto i titoli dei giornali solo nel 2009, quando un quotidiano nazionale peruviano mise in prima pagina la tragedia delle miniere illegali, provocando un'ondata di protesta che paralizzò il Paese.
Il Presidente Ali Garcia calcò la mano, dicendo che si trattava di un’"attività mineraria senza regole che portava un danno enorme anche per il mancato pagamento delle imposte". Il ministro dell'ambiente, Antonio Brack, un ingegnere agrario che ha studiato in Germania e con un passato televisivo, ne parlò come di un "cancro" che si stava trasformando nel peggior disastro ambientale che il Perù si sarebbe trovato ad affrontare. Nell’aprile scorso alcuni esperti si mossero per individuare aree da mantenere libere dalle miniere in tutto il Madre de Dios.
Purtroppo hanno dovuto battere in ritirata dopo tre giorni di violente reazioni da parte di migliaia di minatori, che bloccarono la principale arteria stradale costiera, la Panamericana, causando la morte di sei persone e paralizzando tutto il sud.
Luis Alfaro, direttore dei Parchi Naturali Peruviani, insiste col dire che c'è più controllo di prima. "Oggi ci sono 40 ispettori in ogni parco nazionale contro i 10 del 2008. Il problema, però, non è il numero degli ispettori quanto il prezzo altissimo dell'oro e la facilità con cui i minatori illegali possono procurarsi attrezzature e forniture, tipo il carburante, grazie alla superstrada. Fino ad oggi ce la facevamo a proteggere cinque aree di parco nazionale della regione di Madre de Dios; ora dobbiamo impedire l'invasione di quei territori, ma al momento stiamo combattendo una battaglia impari: il governo non sta facendo abbastanza per arginare il problema".
Brack ritiene, invece, che le misure prese siano sufficienti.
"Stiamo mettendo a punto una legge che vieti l'utilizzo delle pompe usate dai minatori nei fiumi", ci dice. "Stiamo allestendo punti di controllo di polizia e lavorando a un sistema che regoli, dal punto di vista legale, la fornitura di carburanti. Purtroppo ci vorrà del tempo".
Ma la massiccia deforestazione non è l'unica conseguenza grave della febbre dell’oro. Ogni anno, qualcosa come 1200 bambine tra i 12 e i diciassette anni vengono trascinate nei giri della prostituzione attivi nella regione di Madre de Dios. Arrivano nei bordelli delle miniere da tutto il Perù, attirate dalla promessa di un lavoro che rende guadagni fino a dieci volte superiori a quanto prenderebbero per qualsiasi altro posto. Ovviamente, quando arrivano scoprono che quel lavoro non esiste.
Molte arrivano senza nemmeno un soldo e sono proprio i minatori che avvertono i proprietari dei bordelli quando una ragazzina cerca di scappare: senza nemmeno un posto di polizia cui rivolgersi, si trovano solo che in trappola.
Ho parlato con Teresa, 14 anni, una che era riuscita a fuggire da un bordello qualche giorno prima. Era arrivata a Guacamayo con la promessa che avrebbe lavorato in un ristorante. Non voleva in alcun modo fare la prostituta. "Mi hanno portato nella foresta. Non avevo un soldo, niente, forse settanta centesimi in tutto. Mi portarono in un bar, un bordello, un posto tremendo. Tavoli, sedie, luci, un biliardo e uno stereo; accanto, una stanza per le ragazze. A un certo punto, quando tutti dormivano, sono uscita e ho cominciato a correre, a correre, fino a che non ho incontrato un uomo che mi ha portato via da lì".
L'ho incontrata in un rifugio, l'unico del genere da queste parti. Dall'ottobre 2008 a oggi solo 72 ragazze ce l'hanno fatta a raggiungere questo edificio di legno in una strada trafficata di Mazuco, la "porta" del Madre de Dios, a due passi dalla superstrada.
Ho incontrato Teresa a tarda sera; era impaziente di incontrare i suoi genitori che stavano arrivando da Lima per riportarla a casa.
"Ero persa, non avevo la più pallida idea di dove mi trovassi. La notte era tutto buio, niente lampioni, niente di niente. Il poliziotto mi ha detto che era un miracolo che ce l'avessi fatta a fuggire, perché nessuno ce la fa mai. E se ci provi, prima ti violentano, poi ti buttano nella giungla."
Teresa aveva spiegato alla proprietaria del bordello, una donna anche lei arrivata qui da bambina, di essere minorenne. Quella le aveva risposto che ce n'erano di più piccole di lei e che, comunque, la polizia da quelle parti non ci andava mai, per nessun motivo. "E mi disse anche che se provavo a scappare suo marito mi ammazzava, perché aveva una pistola. Era vero, l'avevo anche vista".
Hana Hurtado è una sociologa arrivata qui negli anni Novanta per aprire questa oasi, perché conosceva la tragedia di queste bambine. Mi racconta la storia di una sedicenne che si era rifiutata di andare a letto con i minatori; il marito della maitresse del bordello la violentò fino a farla rimanere incinta, poi la fece abortire.
Avevo visto ragazze come Teresa nelle misere tendopoli di Guacamayo, tra la puzza delle fogne a cielo aperto sospesa nell’aria, insieme alla musica salsa che soffocava il rumore delle moto di passaggio. Per strada, bambini scalzi giocavano vicino a un punto telefonico e a un autolavaggio, unica interruzione di una fila di bordelli con poster di donne nude appiccicati alle pareti esterne.
Mi sono seduto su una panca per bere una birra.
Due ragazzine, evidentemente minorenni, sono sbucate fuori di uno dei bordelli. Avevo chiesto alla Hurtado se la polizia prendesse mai iniziative contro il fenomeno, ma lei mi ha risposto con un ampio gesto di rassegnazione. "Facciamo di tutto per incoraggiare operazioni di polizia e qualche volta ci riusciamo. A febbraio 2010 ce l'abbiamo fatta a portare via 12 ragazze. Ma tra i poliziotti ci sono degli informatori infiltrati che avvertono i tenutari dei bordelli, per cui...Il nostro lavoro è solo una goccia nel mare".
Quando ho chiamato il Ministero che in teoria si dovrebbe occupare del traffico di bambine, un portavoce mi ha informato di quanto la portata del problema fosse nota, anche se nel 2008 c'erano state in tutto solo otto denunce. Le regioni amazzoniche, aggiunse, sono terra senza legge, dove lo Stato non arriva, per cui i bambini che finiscono nel giro spariscono e non si trovano mai più.
Alcuni funzionari di rango, con i quali ho avuto modo di parlare, hanno ammesso che l'estrazione illegale dell'oro è un fenomeno che sta sfuggendo di mano, anche se poi hanno tenuto molto a evidenziare i vantaggi che la nuova strada porterà: ci si aspetta che circa 160 mila turisti, in gran parte brasiliani, diretti a Cuzco e Machu Pichu, arriveranno nella regione. In più - hanno aggiunto con un certo ottimismo - ci sarebbero in corso trattative con le organizzazioni minerarie per riportare l'attività in un contesto di legalità, anche per risolvere in tempi brevi le questioni ambientali e quelle legate al traffico di bambine da avviare alla prostituzione.
Sono molti quelli che non condividono tanto ottimismo, non ultimi i leader del settore minerario, anche per via dell'influenza del settore all'interno del governo. I minerali costituiscono il sessanta per cento delle esportazioni del Perù, che è il sesto produttore mondiale di oro. Ciò spiega perché l'estrazione mineraria abbia la precedenza su ogni altro tipo di sfruttamento del territorio.
Amado Romero, a capo di una potente associazione sindacale locale, la Fedemin, dice che parte del problema è la disinvoltura con la quale chiunque arrivi qui può diventare un minatore illegale. Per 500 euro, chiunque può comprare una pompa di fabbricazione cinese; mentre ne bastano 5000 per aprire una "miniera personale" una volta arrivati nella giungla. E chi possiede più di una pompa può accedere a prestiti da parte delle banche regionali quasi all'istante. Se poi hai un amico che garantisca o dei beni di appoggio, l'intera operazione richiede non più di una settimana.
"Qui lo stato non c'è", mi dice Romero. "L’ambiente non interessa, né c’è  chi stia facendo niente per la legalizzazione delle attività minerarie. Basta guardare il sito del governo regionale: ci saranno tra sì e no tre righe sull'argomento 'miniere', che invece è il settore che governa l'80 per cento dell'attività economica della regione", e va avanti parlando del destino dei parchi nazionali, dei giornalisti che si occupano solo dell'estrazione dell'oro mentre altre attività, come l'agricoltura o il traffico illegale di legname, sono altrettanto distruttive, visto che hanno già causato la scomparsa di migliaia di chilometri quadrati di foresta pluviale".
E ha ragione. Lo dico perché l'ho visto con i miei occhi sulla strada che mi portava in Brasile. Ho visto vaste aree di foresta abbattute su entrambi i lati della carreggiata, piccoli deserti interrotti da piazzole di palme, che forniscono ormai l'unica fonte di sostentamento per le comunità indie che vivono nella regione.
Questa terra, che con la nuova strada ha moltiplicato il suo valore, verrà molto probabilmente dedicata al pascolo per gli allevamenti intensivi, o alla coltivazione di palma africana da olio, introdotta per alimentare il settore dei biocarburanti in crescita, o forse, chissà, lascerà spazio alle coltivazioni di soia, cosa che potrebbe succedere a breve, non appena il Brasile avrà scoperto una semente geneticamente modificata, che si adatti a questo clima umido.
Ma il vero problema, oltre alle miniere, è il traffico illegale del legname,  un guaio che la nuova superstrada rischia di amplificare.
Alerta, una cittadina non lontana dal confine, è la prova vivente di quello che ho appena descritto. Jose Cahuana, rappresentante eletto delle comunità indie, vive qui.
"Il territorio di mia competenza copre 700 mila ettari di foresta; ne hanno distrutto quasi metà. Svuotano tutto; quando il ponte di Maldonado sarà finito, il flusso di legname sarà inarrestabile", mi dice. Va avanti raccontandomi delle minacce di morte che ha ricevuto e dell'attentato al quale è sfuggito un anno e mezzo fa, quando il vicegovernatore della regione fu assassinato dopo il sequestro di un carico illegale di legname.
"Il genero del proprietario del camion è arrivato con una pistola mentre stavamo scaricando. Ha sparato otto colpi; io mi ero appena allontanato. Da quando abbiamo sospeso le ronde di sorveglianza, non vale la pena mettere a rischio la propria vita. La vedova del vicegovernatore non ha nemmeno ricevuto un risarcimento per aver perso il marito, niente di niente". Cahuana stesso non riceve nessuno stipendio per il lavoro di rappresentanza, ce la fa a tirare avanti solo grazie a qualche lavoretto di falegnameria. "Qui la corruzione è la norma", mi racconta.
"La polizia chiede tangenti a chiunque trasporti legname, legale o illegale che sia. Vogliono 20 euro a carico; se poi scoprono che il carico ha una provenienza illecita, ne vogliono 80; se è legno pregiato la "tassa" sale a 160 euro. Quest'anno mi dimetto, non ce la faccio più. Dopo quattro anni così, non ce la faccio più".
Con noi c'era Angel Gabriel Felix, 34 anni, protagonista anche lui di una storiaccia simile, che risale ai tempi di quando era manager dell'Alto Perù National Park. All'inizio i trafficanti, che operavano nel fitto della giungla, gli offrirono l'equivalente di 2000 euro per ignorare i carichi di legname che partivano dalla regione.  
"Visto però che rifiutavo, e che continuavo a fermare ogni singolo carico, hanno cominciato a mandarmi donne sempre più belle; ma non funzionava, per cui sono cominciate le minacce di morte", mi racconta.
Lo ha salvato il fatto che a dirigere la sezione dell'esercito di stanza nella regione arrivò un suo vecchio compagno di scuola, che gli ha mise a disposizione una scorta armata fino a che, un paio di anni fa, Felix ha finalmente cambiato lavoro. Ora collabora con una ONG di Lima, che cerca di sensibilizzare l'opinione pubblica mondiale e fornire assistenza per progetti di promozione della sostenibilità.
Il problema di Felix non era solo l'indifferenza della polizia, ma anche i suoi referenti a Lima, che chiudevano un occhio sul traffico di legname. Quando, poi, i trafficanti corruppero una guardia forestale dello suo staff, Felix finì davanti a un giudice, altrettanto corrotto, per connivenza.
"C'è ancora un processo sulla mia testa", mi dice. "Da queste parti se ti attieni alla legge corri il rischio di finire in carcere o ammazzato. Se il governo non fa qualcosa al più presto, Madre de Dios diventerà un deserto come l'Arabia Saudita".
Poi sono arrivato in Brasile, lasciandomi la nuova strada alle spalle. Pascoli sconfinati costeggiavano la strada: lo specchio di quello che diventerà la regione peruviana del Madre de Dios, una volta intatta.