19/11/2018
08/08/2012

L'uomo che volle il Darfur United

Chi è il cittadino britannico da tempo residente negli Stati Uniti che allena una squadra unica, composta da rifugiati messi insieme da una ONG californiana

Mark Hodson, L’uomo che volle il Darfur United

Chi è il cittadino britannico da tempo residente negli Stati Uniti che allena una squadra unica, composta da  rifugiati messi insieme da una ONG californiana


Pùblico e Courrier International
25 luglio 2012

Nome e mascotte dicono già tutto. Non ci sono né il rosso né il giallo e nemmeno il diavolo col tridente del Manchester United. Al loro posto il verde e il bianco e la silhouette di un calciatore ritagliato in un globo. Eccolo l'emblema del Darfur United, la squadra di calcio senza uguali al mondo, quella che non recluta calciatori a colpi di milioni (perché non prevede né contratti né ingaggi), che si allena in un campo senza erba e che fino a pochi mesi fa si allenava a piedi nudi. Darfur United è la squadra simbolo e i suoi giocatori sono veri e propri pionieri.

Il promo del Darfur United su youtube:



A livello mondiale il Darfur non è certo ‘famoso’ per il calcio, ma per la povertà estrema, per il conflitto tra movimenti ribelli, per il governo di Khartoum e i miliziani jinjawid, che ne hanno fatto la scena di una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni. Secondo le Nazioni Unite, dall'inizio del conflitto nel 2003 quasi 300 000 persone hanno perso la vita e diversi milioni sono fuggiti. Nei campi profughi del Ciad, dopo il confine, 300 000 di loro vivono quotidiane difficoltà e incertezze. Ma ogni tanto giocano a pallone.


Per questo motivo la i-ACT, una ONG californiana, ha pensato l’anno scorso di dare vita al ‘Darfur United’, una squadra di calcio fatta solo di rifugiati, con un allenatore vero, nello specifico il signor Mark Hodson, cittadino britannico e tifoso del Manchester United - residente da tempo negli Stati Uniti. "Ero stato l'allenatore del figlio di Gabriel Stauring, il fondatore della ONG, il quale mi ha chiesto poi anche qualche idea su come fare dei provini di calciatori in Africa. Dopo qualche scambio di vedute mi ha chiesto se volevo far parte del progetto. Ho accettato, anche se con un certo nervosismo: il Darfur non è esattamente la prima meta che mi sarebbe venuta in mente per un bel viaggio!" ricorda il coach. Era il novembre scorso.

Il primo vero scoglio da superare è stata la comunicazione. "La barriera linguistica era enorme, tutti parlavano sempre e solo arabo". Ma da tutti i campi sono arrivati candidati a frotte, e Hodson ha dovuto iniziare con una prima selezione di 60 potenziali giocatori per la sua formazione: i cinque migliori da ognuno dei dodici campi. Poi è sceso a venti. Dal punto di vista della qualità, il loro calcio era molto diverso da quello cui era abituato in Gran Bretagna. "Avevano tutti già giocato, ma mai sull'erba e mai con …i tacchetti. I più giocavano a piedi nudi. Erano abituati a giocare su terreni di fortuna e tenevano parecchio la palla per evitare rimbalzi pericolosi". Nonostante ciò, insegnare loro le basi del calcio come lo conosciamo in Occidente, non è stato difficile. "Hanno imparato in fretta, anche se quasi nessuno aveva mai avuto a che fare con un allenatore".


Hodson ha avuto poco tempo per preparare il Darfur United per la Viva World Cup, un campionato mondiale per club non affiliati alla FIFA, previsto per giugno 2012 nel Kurdistan iracheno, nel quale doveva affrontare squadre provenienti da Occitania, Cipro Settentrionale, Zanzibar e Sahara Occidentale.

 

"Abbiamo avuto solo cinque allenamenti degni di essere chiamati tali", ha dichiarato Hodson. E se in un primo tempo aveva evitato di conoscere troppo a fondo i suoi ragazzi (‘in modo da non condizionare il suo potere di decisione’, si giustifica), a un certo punto non ha potuto fare a meno di approfondire le storie personali di ciascun giocatore. "Tutti avevano visto assassinare qualcuno della loro famiglia. Molti avevano dovuto sopportare lo stupro della madre o di una sorella. Erano scappati, quasi tutti di notte. La prima sera a Erbil, la cerimonia di inaugurazione prevedeva fuochi d'artificio. I miei giocatori erano spaventati a morte".

Dal punto di vista sportivo, il campionato non è stato un grande successo per il Darfur United. La prima partita contro Cipro Nord è finito
15 a 0, la seconda, contro la Provenza, 18 a 0. Quella decisiva per l'ottavo posto, contro il Sahara Occidentale, ha visto una sconfitta meno grave, perché il Darfur United ha segnato un gol, per un decoroso 1-5. Haggar Duogom Mubarak, "il numero 9", ricorda Hodson, il goleador.
"E' stato uno dei più bei momenti mai vissuti su un campo di gioco. La squadra ha festeggiato alla grandissima. Nello spogliatoio, quando gli ho parlato di quello che aveva appena fatto, Haggar Duogom Mubarak si è messo a piangere perché ha capito di essere stato l'artefice di un piccolo momento storico", ricorda Hodson.


L'allenatore sa bene che la sua squadra non potrà mai competere ad armi pari con le altre, anche le più piccole.
"La condizione dei nostri ragazzi non era buona, perché rispetto agli altri avevano ricevuto un'alimentazione scarsa. E non erano abituati a giocare sull'erba". Per non parlare del viaggio, che è stato lunghissimo, attraverso Ciad, Etiopia, Turchia. E tutto senza passaporto. "Un viaggio monumentale per loro. Ma tutti quanti hanno avuto un bel sorriso stampato sulla faccia per tutti e dodici i giorni dell'avventura" afferma Hodson.

Il Darfur United è diventato così un simbolo che servirà a costruire un’idea di identità e unità tra i rifugiati. 
"Vogliamo aprire scuole calcio per ragazzi e ragazze in ogni campo, portare qui più allenatori e inventare un campionato tra le squadre che si formeranno nei vari campi. In un paio d’anni avremo più scelta nella selezione dei campioni da portare al Viva World Cup", spera l'inglese, che punta a utilizzare i suoi attuali giocatori per la formazione dei giovani delle scuole calcio che verranno.

Il progetto è la prova, secondo lui, dell'importanza che il calcio può avere: "Tutto ciò è stato possibile perché per giocare a pallone basta una palla fatta di calzini vecchi."
Insomma, per dirla con un capo campo sul video delle Nazioni Unite pubblicato poco sopra: "Ora anche noi facciamo parte del mondo"