23/10/2017
04/05/2012

La nuova vita dei non vedenti
con l’iPhone

C’era un tempo in cui i non vedenti pensavano che l'iPhone non fosse cosa per loro, ma poi...



Da New York Liat Kornowski per The Atlantic (USA) 2 maggio 2012

Maria Rios ha sessantasei anni e abita in un appartamentino a nord di Central Park. La mattina si sveglia alle 6 e per prima cosa chiede al suo iPhone che tempo fa. Poi tasta dentro l'armadio, a caccia dei suoi vestiti blu scuro, quelli che ha imparato a riconoscere perché ci infila delle spille di sicurezza per distinguerli da quelli neri. Nella stanza accanto la sua coinquilina 49enne Lynette Tatum prende il maglione bianco e i jeans scuri. Poco prima, grazie all'applicazione VizWiz del suo iPhone, aveva mandato una foto degli indumenti scelti a un centro servizi, che nel giro di qualche secondo le ha fatto sapere di che colore erano.

 

Nel 2007 il lancio dell'iPhone fu accolto dalla comunità dei non vedenti con scarso entusiasmo, visto che l'utilizzatore del telefonino di ultima generazione doveva interagire con il touch screen, ovvero con ciò che per un non vedente sembrava poco più di un pezzo di vetro liscio.
Nel giro di poco tempo, però, il tam tam fece sapere al mondo che l'iPhone era di per sé accessibile a tutti, vedenti o no. Ma non tutti erano convinti.

Oggi le cose sono cambiate, perché l’iPhone, per appassionati e sostenitori non vedenti, ha finito col diventare una delle novità più rivoluzionarie dopo l'invenzione del Braille. Lo smartphone ha infatti trasformato la vita di utenti che devono convivere con questo handicap fisico, ma non è stato un processo così ovvio come potrebbe sembrare.


Guardare le signore Rios e Tatum affrontare il mondo con l'aiuto di un iPhone è una bella lezione sull'impatto rivoluzionario e a tratti imprevedibile che la tecnologia può avere sulla nostra vita.
Dopo essersi vestite, le due donne prendono lo zaino e il bastone ed escono. Certo non sono in grado di vedere che all'ascensore qualcuno ha appeso un cartello per avvertire i condomini che il palazzo sta passando alla fibra ottica, ma, una volta fuori, che le due donne non vedano è un dettaglio ininfluente.
Grazie a Sendero, "un'app fatta per i ciechi dai ciechi" ci dice la Tatum, sanno il nome della città, in che strada stanno, quali strade incrociano e cosa c'è nei dintorni che potrebbe interessare. Manca solo, a detta della signora Tatum, un qualcosa che dica loro quale autobus si sta avvicinando o dove sia la fermata successiva. E intanto sono arrivate alla fermata dell'M1 per andare in centro.

La signora Rios prende i soldi e si fa dare un biglietto dal conducente. Le monete le riconosce dalle dimensioni e dai bordi, le banconote (dollari) no, ma c'è un'app che lo fa per lei: LookTell Money Reader scannerizza la banconota che ha in mano e le dice il taglio. In poche parole, un’app che fa sì che il non vedente non debba più dipendere dalla buona disponibilità degli eventuali passanti.

Romeo Edmead, 32 anni, cieco da quando di anni ne aveva due, è molto noto nella comunità dei non vedenti di New York; è molto orgoglioso di sé e di ciò che è in grado di fare da solo. Fa la guida alla mostra Dialog in the Dark (Dialogo al Buio), scrive sulla rivista di Matilda Zigler per ciechi ed è un atleta, ma ancora non si è fatto molto prendere dagli "iProdotti" dedicati. "Va bene, per tutto ciò che è in grado di fare lo smartphone è una rivoluzione", ammette. "Ti dice tutto, anche cosa c'è scritto sugli scontrini, ma è comunque qualcosa che devi sempre avere con te, cosa che per me può essere scomodo".
La signora Tatum, invece, per Edmaed rientra nella categoria "nerd tecnologici", nonostante abbia alle spalle un tentativo fallito con Android, che quasi quasi l'aveva fatta desistere. Fortunatamente, però, è riuscita a non farsi scoraggiare, perché si è accorta di cosa i suoi conoscenti riuscivano a fare grazie all'iPhone.
"Cinque anni fa mi sono avvicinata a InfoShare, il  punto di incontro per non vedenti. Eliza aveva già un iPhone ed era strabiliata dalle sue potenzialità". Il passo successivo sono stati i commessi del centro servizi dell’operatore telefonico Verizon, persone molto attente che le hanno dato una mano ad aprire la casella di posta elettronica e sincronizzare i suoi contatti. Oltre non sapevano andare, tanto che lei stessa ha dovuto in seguito insegnare loro ad attivare la funzione Accessibilità attraverso Impostazioni, "e davanti a loro si è aperto un mondo!".

Tanto la signora Rios che la Tatum sono felicissime di dare dimostrazione pratica di cosa sanno fare i loro apparecchi. "Guarda qua, ci batto sopra il dito", ci fa vedere "e lui mi legge cosa c'è scritto sullo schermo!"

I ciechi usano lo smartphone in maniera diversa rispetto a chi è in grado di vedere, ovvio. Invece di aprire un'app con le dita, premono un punto qualsiasi dello schermo e ascoltano una voce che dice loro dove hanno puntato il dito. Se è quello che cercano devono solo dare un doppio colpetto per confermare, se no, cercheranno di orientarsi con altri tentativi nei vari punti del touch screen.

"Da Audible.com scarichiamo libri e il telefono ce li legge con l'app Audible" ci dicono. Conservano le applicazioni più utili, accessibili, veloci e facili da usare. La signora Rios ne ha scaricate un centinaio, e si libera di quelle che ha provato solo una volta o due. Altre sono di uso quotidiano. "HeyTell manda sms" ci dice la Tatum e ci fa vedere come funziona: pronuncia un paio di parole e le manda a Maria, la quale riceve il messaggio, lo apre e avvicina il telefono all'orecchio. FUNZIONA!
"C'è anche Dragon Dictation, ma funziona ora sì, ora no. Le parli e lei trasforma quanto le hai detto in parole scritte da spedire. Poi, Hop Stop, facilissima; le dici dove devi andare e lei ti legge quale treno prendere e da dove, poi ti dice come arrivarci".

E poi c’è il signor Chalkias, un collega della signora Tatum, che non solo è un fan dell'iPhone - che conosce come le sue tasche - ma dà anche lezioni private a gente di tutte le età su come si usa. Ha scoperto che chiunque abbia familiarità con un desktop e sappia scrivere a macchina riesce a familiarizzare in fretta col touch screen. "Prima di tutto insegno che si trovano davanti a una griglia con le applicazioni disposte quattro a quattro. Poi devono capire come sbloccare lo schermo e a cavarsela davanti all'assenza dei tasti, ovvero fare affidamento solo su comandi vocali. Chiaro che ci vuole tempo: bisogna entrare nell’ordine di idee che uno smartphone non è tanto un telefono, quanto un computer di appoggio".

La tanto decantata Siri per iPhone 4S non è l'uovo di colombo, secondo Chalkias. "Sente quello che le dici, ma non sempre risponde o, se lo fa, lo fa per scritto e quindi devi toccare lo schermo per attivare la lettura. Insomma, va aggiustata".

Nei sogni delle signore Rios e Tatum ci sono un'app che racconti loro cosa c'è lungo il tragitto che stanno facendo a piedi, quali negozi passano e via dicendo. Vorrebbero anche che il telefonino le avvertisse quando si stanno avvicinando a un punto di interesse o quando si trovano nei pressi di un cantiere edile, cosa che nessun GPS sa fare; poi un'app che legga il menù del ristorante e un’altra che le aiuti a orientarsi all’interno degli edifici...

Uno che potrebbe far avverare i loro desideri è Nektarios Paisios, uno studente di informatica cipriota trasferito a New York quattro anni e mezzo fa per la testi. E' cieco da quando aveva quattro anni.
Ora lavora su una serie di applicazioni che potrebbero risolvere almeno alcuni dei problemi dei non vedenti, per esempio un GPS per interni, appunto.

"Per i ciechi, uno dei problemi principali è sapersi orientare da soli. Al momento ci sono applicazioni che li aiutano a trovare e raggiungere un indirizzo; ma se poi non trovano qualcuno che li guidi fino a dove devono andare una volta dentro?"
La sua soluzione, in via di perfezionamento, è uno strumento che sappia tracciare la piantina di un edificio basandosi su dati inseriti prima da altri, su segnali wireless che rimbalzano da vari sorgenti e sul numero di passi che una persona impiega per andare da un punto all'altro. Mettiamo che un cieco arrivi in un albergo; sarebbe allora sufficiente che qualcuno gli mostrasse il percorso fino alla stanza solo una volta, perché l'iPhone memorizzerebbe il tragitto e saprebbe riportarlo indietro ogni volta che vuole. Paisos sta lavorando anche a una versione più elaborata di VizWiz, l'app che già dice di che colore è un vestito nell'armadio.
Per chi, come lui, non ha alcuna nozione di cosa sia un colore (ma che usa riferimenti logici o mnemonici per identificare un colore: “giallo” diventa “maturo”, perché le banane mature sono gialle), che una certa camicia sia verde significa ben poco. Gli sarebbe più utile un qualcosa che gli desse indicazioni su cosa sta bene con quel colore e che lo aiutasse a scegliere, per esempio, un pantalone da abbinare, perché "ci sono anche ciechi che hanno piacere a seguire la moda!" ci dice.

Bello, bellissimo, ma c'è chi avanza dei dubbi. Alcuni temono che tanta tecnologia porti solo a generazioni future incapaci di qualsiasi cosa.
"La tecnologia attualmente disponibile è straordinaria" ci dice Chalkias, "ma temo ci renda tutti più stupidi, perché rende tutto troppo facile. Vedo adolescenti che, forti delle applicazioni vocali, non sanno più come si scrive una parola. Ed è terribile". E la signora Rios è assolutamente d'accordo. Lei lavora alla scuola di musica della Lighthouse International, “un'istituzione che aiuta a superare la difficoltà del non vedere" di Manhattan. "Tutti i giorni incontro ragazzi che non sanno più come si scrive una parola e che non leggono più in Braille perché ci sono i lettori automatici che lo fanno per loro". Chalkias le fa eco e dice:
"La tecnologia porta solo benefici, ma se si limita a rendere tutto più facile finiremo col diventare una società di inetti, capace solo di chiedere al computer di fare qualcosa"


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