14/12/2018
14/10/2012

Antenna Sicilia: storia di una crisi

CATANIA - La più importante emittente televisiva della Sicilia e forse del Sud, è “occupata” dai lavoratori. Dal 2 agosto sono pronte le procedure per il licenziamento del 50% del personale tecnico-amministrativo. Ma l'azienda è veramente in crisi?

Crisi Antenna Sicilia. Nel cuore dell’impero con i lavoratori in lotta
Di Massimo Malerba per Articolo 21


“Ho comprato una scorta di legumi” mi dice un lavoratore “costano poco, durano tanto e riempiono la pancia”. Eccolo il clima che ti accoglie entrando nello studio di Antenna Sicilia, la più importante emittente televisiva della Sicilia e forse del Sud, “occupata” dal mattino di ieri dai lavoratori.

Preoccupazione, sgomento per quella decisione assunta il 2 agosto dalla Sige, l’azienda che controlla le tv dell’imperatore Mario Ciancio Sanfilippo. “Lui è potente, il più potente di tutti” continua il lavoratore. “Sai dove vanno tutti i politici che atterrano a Catania? Vengono qua, in questo palazzo, buongiorno dottor Ciancio, ossequi direttore. Anche il principe del Galles è venuto qua…”

Accanto al lavoratore c’è Davide Foti, giovane segretario della Slc Cgil. Non ne può più di quel telefono che squilla in continuazione: “Stanno chiamando in tanti, colleghi, amici, giornalisti. Vedremo se anche il mondo politico saprà dedicare a questa vertenza l’attenzione che merita. Del resto è la prima volta che la televisione regionale più importante, un’azienda di Ciancio, diventa sede di un’assemblea permanente venendo di fatto oscurata (Antenna Sicilia in queste ore non effettua programmazione, è in uno stato di black out ndr) ma non per responsabilità nostra”.

Ma andiamo ai fatti, perché si è arrivati a questo punto?
"Il 2 agosto –spiega Davide Foti- sono pronte le procedure per il licenziamento del 50% del personale tecnico-amministrativo, 28 lavoratori su 57. Noi diciamo no e l’azienda, in alternativa, propone i contratti di solidarietà al 50%, cioè una perdita consistente dello stipendio di ciascun lavoratore. Noi diciamo che il contratto di solidarietà può essere una soluzione ma al 20-30%. L’azienda rifiuta. Da allora le abbiamo tentate tutte, fino all’incontro del 30 settembre all’ufficio provinciale del lavoro ma l’azienda ha alzato un muro. Stamattina, dopo l’assemblea abbiamo deciso di rimanere qua. E lo faremo ad oltranza.”


L’azienda è in crisi?
“Non ci hanno mai mostrato le carte. Sappiamo solo che a luglio la Sige ha ottenuto le concessioni per le frequenze digitali e aiuti economici dal ministero per le attività produttive. Ma anche qui c’è qualcosa che non torna perché per ottenere frequenze e incentivi occorre garantire due condizioni: la professionalità dei lavoratori e il mantenimento dei livelli occupazionali. E invece Ciancio prima prende le licenze e poi licenzia. Curioso no?”

Senza alcuna motivazione dunque
“Il motivo, a dire dell’azienda, sarebbe l’oneroso risarcimento che Ciancio sarà costretto a pagare, dopo la sentenza della magistratura, ai 7 giornalisti di Telecolor licenziati ingiustamente anni fa. Un milione di euro, forse più. Per questo le iniziative dell’azienda sono ancora più inaccettabili: sembra quasi una ritorsione per quella decisione della magistratura”.

Ma c’è una via d’uscita? Cosa proponete?
Intanto vorremmo vedere un piano industriale, sempre che ci sia. L’azienda brancola nel buio, non ha una direzione. Noi pensiamo che non serva licenziare ma investire e ridurre gli sprechi, a partire dagli stipendi d’oro di alcuni pensionati eccellenti che ancora lavorano qua dentro. Serve diversificare la produzione, puntare sull’allargamento del mercato pubblicitario e anche sui nuovi media”.

L’ennesima telefonata interrompe la conversazione con Davide Foti: “Fa piacere ricevere tutto questo sostegno”, dice mentre mi accompagna verso l’uscita. Al pianoterra incontriamo una dirigente dell’azienda, è furiosa, sventola dei volantini: “Non è giusto fare queste cose” ammonisce. Davide Foti dà una rapida occhiata: è un volantino anonimo, lasciato da qualcuno in ascensore: accusa Ciancio di aver gettato i lavoratori per la strada dopo aver ottenuto le preziosissime licenze. “C’è scritto Cgil? No. E allora non è nostro” taglia corto il dirigente sindacale. Una breve schermaglia che racconta, nel suo piccolo, il  declino di un impero.