26/10/2014
21/10/2010

"Da dove
vengo?"

"Sono nata a Toronto negli anni '70 da una famiglia pakistana. Mio padre si era trasferito a Toronto poco tempo prima, in cerca di una nuova vita e per sfuggire a quelle che lui riteneva essere le ingiustizie tipiche della società del suo paese"

The Globe and Mail, Toronto 10 ottobre 2010

Da dove vengo? Da un paese dove la “razza” non conta
di Aisha Khan


Sono nata a Toronto negli anni '70 da una famiglia pakistana. Mio padre si era trasferito a Toronto poco tempo prima, in cerca di una nuova vita e per sfuggire a quelle che lui riteneva essere le ingiustizie tipiche della società del suo paese. Mia madre, poco più che adolescente e senza nemmeno un amico oltre lui, lo aveva seguito.
Io sono figlia unica, che è una cosa insolita per una famiglia pakistana.
 
Mi hanno cresciuta per fare di me una donna indipendente e di larghe vedute. Quando ero piccola, a casa indossavamo il tradizionale shalwar kameez, parlavamo quasi sempre in urdu e mangiavamo i piatti pakistani che mia madre preparava. Fuori, indossavo vestiti occidentali ("normali") e a scuola portavo i panini uguali a quelli di tutti gli altri ragazzi: niente curry o altro cibo speziato in pubblico.
Come molti altri figli di immigrati, sono cresciuta nella dicotomia: a casa la cultura dei genitori e ovunque fuori la cultura del posto.

Poi sono cresciuta e le cose sono cambiate. Mia madre aveva cominciato a dilettarsi di cucina italiana e cinese, a casa si parlava sempre più spesso in inglese, mentre tra i film di Bollywood facevano capolino anche pellicole hollywoodiane.
Forse non vi sembreranno cambiamenti importanti, ma la mia famiglia piano piano iniziò a subire influenze multiculturali dal mondo fuori.
 
Poi ho studiato legge, mi sono sposata (con un marito anche lui appartenete ad una minoranza distinguibile: figlio di un pakistano e una filippina) e mi sono trasferita a Kansas City. Là sono arrivati due figli, dopo di che siano tornati a Toronto, dove pensavamo che i bambini sarebbero cresciuti in un ambiente più ricco dal punto di vista multiculturale. Non c'era altro posto al mondo con una tale varietà di punti di vista e patrimoni etno-culturali.
A settembre di quell’hanno, poi, i miei figli sono andati in una certa scuola e un giorno, quando chiedevo loro come fosse andata la giornata, quello di sette anni mi raccontò che gli avevano chiesto da dove venisse.
"America", aveva risposto, e lo avevano preso in giro: un americano con una pelle così scura?!
Questo piccolo episodio mi fece riflettere. Quando sarà che il colore della pelle della mia famiglia cesserà di essere importante? I miei nipotini e pronipoti dovranno ancora rispondere alla stessa domanda? O dovranno aspettare di fare figli con compagni di pelle più chiara, in modo che il nero cominci a sbiadire?

Per mio figlio il Pakistan è il paese dove sono nati i nonni. Per tutto il resto si sente profondamente canadese: canta l'inno canadese con lo stesso orgoglio dei figli di chi vive qui da generazioni. Appiccicargli l'etichetta di “pakistano-canadese”, o qualsiasi altra etichetta diversa da “canadese e basta”, è come dirgli che lui non appartiene del tutto a questo Paese.
Tutto ciò dipende solo dal colore della sua pelle.

Eppure mio figlio parla inglese, va in palestra a fare tae-kwon-do e in piscina tutte le settimane. Va matto per  “Guerre Stellari” e battibecca con la sorella con una certa regolarità. L'altra settimana ha partecipato alla Corsa Terry Fox, la "corsa della speranza": cosa c'è di più canadese della Corsa Terry Fox? Bene, se fosse solo per questo mio figlio sarebbe un ragazzino canadese di sette anni come tutti gli altri, no? O almeno così è fino a che le persone non lo guardano.

Quando sarà che il colore della nostra pelle non verrà più usato per darci una collocazione?
Ci sono molti canadesi di seconda e terza generazione, tutti appartenenti a minoranze etniche distinguibili, le cui famiglie rimangono - appunto - minoranze distinguibili, almeno fino a che non interviene un cambiamento nel loro patrimonio genetico. Certo, io tengo in grande valore la cultura dei miei genitori - la cucina piccante, la bellezza della poesia urdu - che non fa altro che aggiungere profondità al mio essere canadese, non toglie nulla al mio essere canadese. E poi mi piacciono anche il caffé espresso e i biscotti, roba tipica degli italiani. Ma sta proprio in questo il grande valore del nostro esperimento del multiculturalismo; possiamo, cioè, attingere dalla ricchezza delle nostre culture e creare una nuova definizione di cosa significa “essere canadese”, definizione che non dipende affatto dal colore della pelle

Aisha Khan è un avvocato di Toronto