18/09/2014
19/02/2012

La giornalista
con la pistola

E’giallo sulla sorte della reporter della tv libica che si presentò in onda tenendo in mano un’arma da fuoco

pistNell'agosto dello scorso anno era apparsa in video con una pistola in pugno e in diretta aveva minacciato di usarla per difendere il regime dai ribelli. “Ucciderò o morirò con quest'arma, siamo disposti a diventare dei martiri”, aveva detto Hala Misrati, giornalista di punta della tv di stato libica.

Adesso è sempre più fitto il mistero sulla sua sorte. Secondo alcuni media arabi la donna sarebbe stata trovata morta in una prigione di Tripoli, ma i familiari smentiscono pur precisando che Hala  “può morire da un momento all'altro”. Fedelissima di Gheddafi, dopo la caduta del regime era stata catturata e arrestata dai ribelli, ai quali poi aveva chiesto ufficialmente scusa.

Nella sua ultima apparizione tv, lo scorso 30 dicembre, era apparsa seduta su una sedia, senza parlare. Misrati sventolava un foglio su cui erano annotati solamente il giorno, il mese, l'anno e riportava segni visibili di percosse sul volto. Secondo alcuni c'era anche il sospetto che alla donna fosse stata tagliata la lingua.

Il suo caso, seguito da numerose organizzazioni in difesa dei diritti umani, ha suscitato indignazione e proteste sui social network. Tra i numerosi messaggi postati su twitter anche quelli che hanno denunciato che la donna è “incinta dopo essere stata costretta a subire violenza per ben 17 volte”.  Poi la notizia della sua morte, riportata dalla tv Al Arabiya secondo la quale Misrati sarebbe stata uccisa, in occasione del primo anniversario dell'avvio della liberazione.

Dalle autorità della capitale però non è arrivata nessuna presa di posizione ufficiale sulla morte, come anche dai genitori che al sito Albawaba hanno detto che la loro figlia “si trova in una s
ituazione critica” e che la “sua morte potrebbe avvenire da un momento all'altro”. Versione confermata anche dal canale Algeria Isp.

Nella Libia del dopo Gheddafi, come denunciato recentemente da Amnesty International, diventa sempre più difficile indagare sui casi di abusi umani, che avvengono in particolare nelle strutture detentive, oltre che assicurare alla giustizia i colpevoli delle numerose violazioni dei diritti umani.